Federi’s posterous - you take the blue pill ...

Celli, il futuro, internet e la zucchina.

La lettera di Celli ha suscitato grande impressione, discussioni, fermento.
Una personalità come Celli (ex Direttore Generale della Rai, DG della LUISS, altro) getta un sasso (macigno) nello stagno ed è naturale che le reazioni siano varie e contrastanti.
Dico la mia.
Le argomentazioni di Celli sono le mie, tutte, senza alcuna sostanziale differenza.
Sono uno dei principali motivi per i quali, in accordo con mia moglie, non abbiamo messo al mondo figli in questo paese.
Condannare un figlio ad un futuro dove le regole della convivenza civile sono state cancellate e vige una sorta di "legge della giungla" è una scelta che non volevamo imporre ad un essere generato da noi.
Questo paese è morto dentro, nonostante alcune meravigliose eccezioni, nonostante alcune meravigliose persone che testimonierebbero il contrario: l'italiano è accartocciato sulla sua mediocrità, spaventato dai mille ba-bau che gli vengono propinati giornalmente, ma soprattutto fortemente sottoscolarizzato e quindi privo di strumenti per crearsi una propria opinione, per affrontare criticamente modelli imposti dalla televisione e da altri mezzi di comunicazione, tra l'altro sotto il controllo di pochi, che ne manipolano i comportamenti, ne assecondano inclinazioni che, viceversa, andrebbero corrette, ne annichiliscono la coscienza.
I numeri del fenomeno dell'analfabetismo di ritorno, della capacità di comprensione di testi semplici con poche subordinate, della disponibilità di vocaboli per esprimersi, di lettura di libri e/o quotidiani (bisognerebbe anche scendere in profondità e vedere che libri e che quotidiani, ma non complichiamoci la vita) sono agghiaccianti e sono, ahimé, trasversali: non risparmiano alcuna generazione.
La sistematica opera di distruzione dell'Istruzione Pubblica, a favore di quella privata e confessionale, perpetrata negli ultimi vent'anni ha consegnato al Paese vagonate di persone sottopreparate a sfide sempre più complesse in economia come nel sociale: oggi, sempre con le debite eccezioni (eccezioni < regola), sforniamo centinaia di laureate/i triennali in discipline inutili alla crescita competitiva del Paese, ma soprattutto impreparati anche nella propria stessa materia di laurea.
Decine di Università sono spuntate come funghi dopo un acquazzone, nell'ottica di una liberalizzazione che non puntasse alla qualità del prodotto (lo studente attrezzato a portare innovazione e valore aggiunto) ma alla quantità (tanti più studenti, tanti più fondi).
Il Paese è diventato molle: tutto deve essere facile, l'idea stessa di sacrificio per ottenere risultati è ormai un disvalore, l'esame è troppo difficile, la prova in classe deve essere concordata, la frequenza deve portare dei crediti in fase di esame.
L'eccellenza deve essere direttamente proporzionata al culo, in tutti i sensi: il culo inteso come parte fisica da mostrare/utilizzare, il culo di conoscere qualcuno che ti faciliti, il culo che ti vada bene una o più volte, il culo...
Chi il culo se lo fa per arrivare è visto come un povero idiota (salvo che poi quell'idiota arrivi a vendere a Microsoft la propria intuizione per 100 milioni di dollàri) e sbeffeggiato dai suoi pari.
Il risultato è quello odierno: anni di mancate trasformazioni della società in direzione di una maggiore qualificazione dei cittadini ci consegnano ad un futuro gramo e con poche possibilità di sopravvivenza nella competizione globale, arriveranno centinaia di ingegneri indiani o cinesi a toglierci anche i lavori qualificati e poi non ci saranno "Leghe" che tengono a voler fare la voce grossa con gli stranieri.
Internet poteva essere, può ancora essere, uno strumento straordinario per aumentare la competitività di tante imprese, per aumentare la qualità della formazione delle persone, per aiutare il Paese a proiettarsi verso una modernità più compiuta: ma una classe politica in mano a ultrasessantenni può comprendere lo straordinario portato che la rete può dare in termini di spinta allo sviluppo ?
Mi immaginavo, al BTO di Firenze di qualche settimana fa, lo stesso show al quale stavo assistendo di Marco "Monty" Montemagno ripetuto nell'aula di Montecitorio a camere riunite: pensavo a quale sarebbe potuta essere la reazione di questi attempati signori che si fanno scrivere le email dai portaborse pagati in nero e che con il palmare giocano a solitario sull'eurostar (visto con questi miei occhi), come avrebbero potuto interpretare l'entusiasmo, la passione e il trasporto che Monty mette nei suoi show "divulgativi" sul tema internet e, mestamente, mi rispondevo che, probabilmente, l'aula sarebbe stata semideserta come nei question time relativi alla lunghezza della zucchina commerciabile ai marcati generali.

Ecco in questo paese internet e la zucchina hanno lo stesso valore agli occhi di chi decide il nostro futuro.

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Un movimento impercettibile

via Spinoza by stark on 11/24/09

Muore la transessuale Brenda: i Carabinieri sono sul posto. Già da prima.

Secondo i medici Brenda è morta per asfissia. Poi si è data fuoco.

La ricostruzione dell'accaduto: Brenda avrebbe raccolto le sue cose, preparato una valigia, messo il computer nel lavandino, appiccato il fuoco e lasciato che le fiamme divorassero tutto, lei compresa. Insomma, quale parte di "deve sembrare un suicidio" non è chiara?

Non si esclude l'ipotesi di omicidio. In Italia si preferisce passare per assassini che per puttanieri.

Fini: "Chi offende gli stranieri è uno stronzo". Non si lascia il lavoro a metà.

Fini definisce "stronzo" chi offende gli stranieri. La legge con Bossi deve averla firmata quello dei tortellini.

Calderoli ribatte: "Stronzo anche chi li illude". E tu? Che tipo di stronzo sei?

("Stronzo chi offende gli stranieri". È iniziata la stagione del fascismo autoironico)

Pisa, morti cinque militari durante un volo di addestramento. Ora sì che sono pronti per l'Afghanistan.

Rutelli lancia "Alleanza X l'Italia". La X indica dove scavare.

"Rispetto il Pd, ma è andato troppo a sinistra". Ora siamo sicuri che almeno uno ci ha creduto.

La reazione di Barbara Palombelli: "Se non torni per cena, telefona".

La Gelmini è incinta. Finalmente un po' di nausea anche a lei.

(L'importante è che non partorisca un'altra riforma)

Droga, test del capello per i Parlamentari. Per la prima volta Bondi non potrà coprire il premier.

Gasparri negativo al test antidroga: cade anche l'ultima possibile attenuante.

Sinistra e Libertà rischia una nuova scissione. Per precauzione il prossimo convegno si terrà al largo di un atollo.

(L'ambizioso obiettivo del partito: rientrare nella dicitura "Altri")

Cinema: nel film 2012 il premier italiano è l'unico che non fugge davanti alla catastrofe. Ma se ne vanta.

Lo sceneggiatore: “Volevamo che un capo di stato morisse insieme al suo popolo". Così hanno optato per il male minore.

Scoperte delle parole sulla sacra Sindone. Parole crociate.

(Alcune interpretazioni della misteriosa iscrizione: "Porco Giuda", "No centrifuga", "La soluzione a pag. 46")

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L'espresso | Piovono rane » Blog Archive » La Carta dei cento per il libero Wi-Fi di Alessandro Gilioli

wifihetrs

Su L’espresso in edicola domani arriverà – in un paio di pagine – il risultato di un lungo scambio di mail che abbiamo messo in piedi insieme a Guido Scorza, Sergio Maistrello e Raffaele Bianco.

L’obiettivo era creare una Carta per la liberazione dell’Wi-Fi italiano, soffocato dal decreto Pisanu.

Alla fine il risultato è arrivato: imprenditori, politici, manager, blogger, giuristi e altro – in una logica bipartisan – hanno concordato il testo che potete leggere qui sotto.

Oltre alla Carta e ai suoi firmatari, c’è il pezzo che uscirà domani e il testo della proposta di legge Cassinelli (e altri, è appunto bipartisan): per evitare che il Wi-Fi venga strozzato ancora dalle misure questurine in vigore.

Ogni altra idea per portare avanti questa piccola battaglia civile è benvenuta.

LA CARTA DEI CENTO PER IL LIBERO WI-FI


Il 31 dicembre 2009 sono in scadenza alcune disposizioni del cosiddetto Decreto Pisanu (”Misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale”) che assoggettano la concessione dell’accesso a Internet nei pubblici esercizi a una serie di obblighi quali la richiesta di una speciale licenza al questore.

Lo stesso Decreto, inoltre, obbliga i gestori di tutti gli esercizi pubblici che offrono accesso a Internet all’identificazione degli utenti tramite documento d’identità .

Queste norme furono introdotte per decreto pochi giorni dopo gli attentati terroristici di Londra del luglio 2005, senza alcuna analisi d’impatto economico-sociale e senza discussione pubblica. Doveva essere provvisoria, ed è infatti già scaduta due volte (fine 2007 e fine 2008) ma è stata due volte prorogata.

Si tratta di norme che non hanno alcun corrispettivo in nessun Paese democratico; nemmeno il Patriot Act USA, approvato dopo l’11 settembre 2001, prevede l’identificazione di chi si connette a Internet da una postazione pubblica.

Tra gli effetti di queste norme, ce n’è uno in particolare: il freno alla diffusione di Internet via Wi-Fi, cioè senza fili. Gli oneri causati dall’obbligo di identificare i fruitori del servizio sono infatti un gigantesco disincentivo a creare reti wireless aperte.

Non a caso l’Italia ha 4,806 accessi WiFi mentre in Francia ce ne sono cinque volte di più.

Questa legge ha assestato un colpo durissimo alle potenzialità di crescita tecnologica e culturale di un paese già in ritardo su tutti gli indici internazionali della connettività a Internet.

Nel mondo la Rete si apre sempre di più, grazie alle tecnologie wireless e ai tanti punti di accesso condivisi liberamente da privati, da istituzioni e da locali pubblici: in Italia invece abbiamo imposto lucchetti e procedure artificiali, contrarie alla sua immediatezza ed efficacia e onerose anche da un punto di vista economico.

Questa politica rappresenta una limitazione nei fatti al diritto dei cittadini all’accesso alla Rete e un ostacolo per la crescita civile, democratica, scientifica ed economica del nostro Paese.

Per questo, in vista della nuova scadenza del 31 dicembre, chiediamo al governo e al parlamento di non prorogare l’efficacia delle disposizioni del Decreto Pisanu in scadenza e di abrogare la previsione relativa all’obbligo di identificazione degli utenti contribuendo così a promuovere la diffusione della Rete senza fili per tutti.

FIRMATARI

Alberto Abruzzese, docente universitario

Paolo Ainio, ceo Banzai

Paolo Basilico, ceo Kairos

Paolo Barberis, presidente Dada

Elvira Berlingieri, giurista

Giovanni Boccia Artieri, docente universitario

Raffaele Bianco, consigliere comunale e blogger

Antonio Boccuzzi, parlamentare

Stefano Bonaga, docente universitario

Roberto Bonzio, giornalista e blogger

Dino Bortolotto, Assoprovider

Mercedes Bresso, presidente Regione Piemonte

Giulia Caira, artista

Giovanni Calia, docente universitario, Supervisor New Media

Alessandro Campi, docente universitario

Luisa Capelli, editrice

Marco Cappato, presidente Agorà Digitale

Roberto Casati, filosofo e docente CNRS Parigi

Marco Cavina, docente universitario

Giuseppe Civati, consigliere regionale e blogger

Gianluca Comin, presidente Federazione Relazioni Pubbliche italiana

Luca Conti, consulente e giornalista

Davide Corritore, vicepresidente Consiglio Comunale di Milano

Carlo Felice Dalla Pasqua, giornalista e blogger

Mafe De Baggis, consulente Web

Derrick De Kerkhove, docente universitario

Juan Carlos De Martin, docente universitario

Gianluca Dettori, imprenditore Web

Lorenzo Diana, Fondazione Caponnetto

Arturo Di Corinto, saggista e ricercatore

Alberto D’Ottavi, docente e blogger

Stefano Esposito, parlamentare

Alberto Fedel, ceo Newton Management Innovation

Mario Fezzi, avvocato

Franco Fileni, docente universitario

Ricky Filosa, direttore Italiachiamaitalia.net

Paolo Gentiloni, parlamentare

Marco Ghezzi, editore

Alessandro Gilioli, giornalista e blogger

Giorgio Gori, imprenditore

Giuseppe Granieri, saggista

Matteo Ulrico Hoepli, editore

Alessio Jacona, giornalista e blogger

Giorgio Jannis, progettista sociale e blogger

Manuela Kron, manager Nestlè

Daniela Lepore, urbanista, docente e blogger

Gad Lerner, giornalista

Alessandro Longo, giornalista e blogger

Francesco Loriga, Responsabile provincia WiFi – Provincia di Roma

Riccardo Luna, direttore Wired Italia

Sergio Maistrello, giornalista e blogger

Fabio Malagnino, giornalista e blogger

Massimo Mantellini, blogger

Alberto Marinelli, docente universitario

Ignazio Marino, parlamentare

Giacomo Marramao, filosofo, saggista e docente universitario

Carlo Massarini, conduttore radiotelevisivo

Marco Massarotto, consulente di comunicazione

Maria Grazia Mattei, MGM Digital Communication.

Giampiero Meani, St Microelectronics

Fabio Mini, generale ed ex vicecomandante Nato

Antonio Misiani, parlamentare e blogger

Marco Montemagno, imprenditore Web e conduttore Sky

Andrea Nativi, giornalista esperto di questioni militari

Riccardo Neri, produttore cinematografico

Luca Nicotra, Segretario Agorà Digitale

Gloria Origgi, docente CNRS Parigi

Marco Pancini, Google Italia

Lorenza Parisi, ricercatrice universitaria e blogger

Vittorio Pasteris, Giornalista

Piergiorgio Paterlini, scrittore

Matteo Penzo, cofounder Frontiers of Interaction

Gian Paolo Piazza, presidente Sunrise Advertising, responsabile settore informazione Legacoop Piemonte

Marco Pierani, Altroconsumo

Roberto Placido, vicepresidente del consiglio regionale del piemonte e blogger

Marco Revelli, storico e politologo

Stefano Rocco, Wired.it

Stefano Rodotà, giurista

Andrea Romano, direttore Fondazione Italia Futura

Gino Roncaglia, docente universitario

Massimo Russo, direttore di Kataweb

Claudio Sabelli Fioretti, giornalista e blogger

Francesco Sacco, docente universitario

Marcello Saponaro, consigliere regionale e blogger

Ivan Scalfarotto, vicepresidente del Pd e blogger

Sergio Scalpelli, dirigente d’azienda

Tiziano Scarpa, scrittore

Guido Scorza, docente universitario, presidente Istituto politiche dell’innovazione

Antonio Sofi, giornalista e blogger

Luca Sofri, giornalista e blogger

Elena Stancanelli, scrittrice

Tommaso Tessarolo, direttore Current tv

Eva Teruzzi, direttore innovazione Fiera Milano

Irene Tinagli, docente universitaria

Antonio Tombolini, imprenditore

Andrea Toso, newmedia project manager

Antonio Tursi, saggista e docente universitario

Paolo Valdemarin, imprenditore

Gianni Vattimo, docente universitario

Andrea Verde, collaboratore fondazione Farefuturo

Giancarlo Vergori, manager

Michele Vianello, direttore del Parco Scientifico e Tecnologico di Venezia

Luigi Vimercati, parlamentare

Vincenzo Vita, parlamentare

Vittorio Zambardino, giornalista e blogger

Giovanni Zanolin, assessore Pordenone

Marcella Zappaterra, presidente della Provincia di Ferrara

Giovanna Zucconi, giornalista e autrice

_____________________________

L’articolo per L’espresso in edicola venerdì 19

In «nessun Paese occidentale, neppure dove sono più rigorose le misure contro il terrorismo, è prevista una normativa tanto restringente in materia di identificazione di chi accede a Internet da postazioni pubbliche». E «costringere chi vuole accedere a Internet a sottoporsi alla procedura oggi prevista è un enorme disincentivo all’utilizzo della Rete». Quindi questa legge va cambiata, anche perché «la crescita economica, sociale e culturale dell’Italia non può prescindere da una piena diffusione delle moderne tecnologie di comunicazione».

Chi ha scritto queste dure parole contro il cosiddetto decreto Pisanu del 2005, quello che sta soffocando il Web senza fili in Italia? Né un pirata informatico né un estremista di sinistra, ma un pacioso deputato del Popolo delle Libertà, Roberto Cassinelli. Il quale, da ex liberale, si è accorto che così com’è stata varata nel 2005 la legge ha effetti disastrosi sulla comunicazione on line in Italia. Infatti se si obbliga un fornitore pubblico di Internet a identificare con la carta d’identità chiunque usi la sua connessione, di fatto si uccide il Wi-Fi.

Chiunque sia stato negli ultimi anni in una metropoli americana o europea lo sa bene: in ogni parco pubblico, panchina o coffee shop basta accendere il pc (o lo smart phone) e si trovano subito due o tre reti disponibili, gratis o a pagamento, attraverso le quali connettersi on line. In Italia, niente o quasi: e quei pochi che mettono a disposizione il proprio hot-spot devono prendersi la briga di chiedere un documento di ogni utente e di inviare i dati alla questura, un po’ come a Cuba o in Birmania.

Il decreto Pisanu era stato approvato in tutta fretta sull’onda emotiva delle stragi di Al Qaeda a Londra e Madrid: si era pensato che i terroristi islamisti potessero utilizzare Internet (e in particolare i cyber point gestiti da extracomunitari) per preparare eventuali attentati sul nostro territorio. Peccato che niente del genere sia stato mai imposto da nessuno dei Paesi che veramente hanno pagato la follia omicida di Al Qaeda: nemmeno gli Stati Uniti, che dopo l’11 settembre hanno passato il Patriot Act con diverse inedite limitazioni alle libertà personali (comprese le intercettazioni del traffico dati sul Web) ma nessun obbligo di registrazione per chi si connette.

Un unicum italiano, insomma. Che tra l’altro doveva essere provvisorio (con scadenza alla fine del 2007) ed è invece stato prorogato due volte, prima dal governo Prodi e poi da quello attuale. E l’aria che tira non è buona nemmeno quest’anno, con gli allarmi antiterrorismo che vengono lanciati dal ministro Maroni.

Ma nonostante ciò, questa volta alcune fette di società civile e di politica hanno deciso di muoversi per tempo e di provare a sensibilizzare l’opinione pubblica prima che a dicembre il consueto decreto Milleproroghe ammazzi la Rete senza fili per un altro anno. È nata così la Carta dei Cento per il libero Wi-Fi (vedere riquadro) in cui per la prima volta si chiede al governo e al Parlamento di emancipare Internet da quella norma antistorica, che penalizza ulteriormente il nostro Paese già molto indietro nella connessione al Web rispetto al resto d’Europa.

Un’iniziativa, quella dei Cento, non di parte e voluta soprattutto da imprenditori del Web (tra gli altri, il fondatore di Vitaminic Gianluca Dettori, il patron di Magnolia Giorgio Gori, il proprietario di Banzai Paolo Ainio, il creatore di Blogosfere Marco Montemagno), manager e consulenti legati all’innovazione (come Marco Pancini di Google, Alberto Fedel di Newton e Mafe de Baggis di Youplus), docenti universitari (come Abruzzese, Revelli, Vattimo, De Kerkhove, Bonaga e Marramao), direttori di fondazioni come quella creata da Montezemolo, ItaliaFutura (Andrea Romano) o quella finiana FareFuturo (Alessandro Campi), giuristi (Stefano Rodotà, Guido Scorza ed Elvira Berlingieri), ovviamente blogger (come Luca Sofri e Massimo Mantellini) e direttori di nuove testate (Tommaso Tessarolo di Current tv e Riccardo Luna di “Wired”). Ci sono anche scrittori (Elena Stancanelli, Piergiorgio Paterlini e il recente vincitore dello Strega, Tiziano Scarpa), mentre non sono moltissimi i politici, tra i quali tuttavia si segnalano Ignazio Marino, Mercedes Bresso, Ivan Scalfarotto, Marco Cappato e Giuseppe Civati. Particolarmente interessanti sono due firme vicine al mondo militare, come quella del generale (ed ex vicecomandante della Nato) Fabio Mini e dell’esperto di questioni belliche del “Giornale” Andrea Nativi: convinti anche loro che le norme in questione non abbiano alcuna efficacia nella prevenzione del terrorismo, e che quindi il decreto Pisanu, almeno nella parte che riguarda il Web, non abbia ragione di esistere.

La Carta dei Cento, che verrà inviata a Berlusconi e ai capigruppo, si accompagna alla proposta di legge bipartisan di Cassinelli (è stata firmata insieme a Paola Concia, del Pd) che non liberalizzerebbe totalmente l’accesso all’WiFi ma migliorerebbe comunque l’attuale normativa: si lascerebbe ad esempio al ministro la possibilità di valutare se sopprimere integralmente la necessità di identificazione, delegandolo a stabilire «le ipotesi in cui si renda necessaria la preventiva identificazione» e in ogni caso prevede strumenti d’identificazione diversi dall’esibizione di un documento d’identità, come ad esempio un modulo on line nel quale l’utente digiterà il proprio numero di cellulare, al quale poi arriverà un sms con un codice per accedere alla Rete.

Niente di rivoluzionario, e il passaggio obbligatorio del messaggino inibirebbe comunque una delle caratteristiche migliori del Web (l’immediatezza della connessione), ma un piccolo passo in avanti rispetto alle attuali misure questurine. Il che, nell’Italia di oggi, non sarebbe comunque disprezzabile.

____________________________________

LA PROPOSTA DI LEGGE CASSINELLI-CONCIA

Il decreto legge 27 luglio 2005, n. 144 (cosiddetto « decreto Pisanu »), convertito dalla legge 31 luglio 2005, n. 155, fu emanato a venti giorni di distanza dagli attentati terroristici avvenuti a Londra il 7 luglio dello stesso anno.
In questo clima, il Governo allora in carica stabilì d’urgenza alcune disposizioni con l’obiettivo di garantire la sicurezza dello Stato, prevenendo il rischio di attacchi di matrice terroristica. Inizialmente, alcune parti del decreto dovevano
essere provvisorie, ma sono state due volte prorogate: prima nel 2007, poi nel 2008.

Tra le disposizioni ivi contenute che non hanno scadenza, ve ne sono alcune relative alle comunicazioni telefoniche e telematiche, ed all’utilizzo di postazioni
pubbliche per accedere alla rete internet.

Orbene, tale decreto-legge ha delegato il Ministro dell’interno ad adottare, di concerto con il Ministro delle comunicazioni ed il Ministro dell’innovazione
tecnologica, una apposita regolamentazione per definire le modalità di identificazione degli utenti dei servizi di accesso ad internet tramite postazioni
pubbliche (i cosiddetti internet point) o non vigilate o tramite punti di accesso
pubblici a tecnologia senza fili.

Il Ministro dell’interno ha così emanato il decreto 16 agosto 2005, pubblicato
sulla Gazzetta Ufficiale n. 190 del giorno seguente, all’interno del quale è
stabilito che i gestori degli esercizi che offrono tali servizi di connessione sono
tenuti ad « identificare chi accede ai servizi telefonici e telematici offerti,
prima dell’accesso stesso o dell’offerta di credenziali di accesso, acquisendo i
dati anagrafici riportati su un documento di identità, nonché il tipo, il numero e
la riproduzione del documento presentato dall’utente ».

Dal testo del decreto, quindi, emerge chiaramente che questa procedura deve
essere svolta in maniera del tutto manuale: l’utente è costretto a presentarsi
fisicamente da un addetto per consegnargli il proprio documento, che questi
fotocopierà ed archivierà.

È evidente che questo iter fa perdere quel carattere di immediatezza ed autonomia che è tipico delle nuove tecnologie ed, in particolare, degli strumenti
del web: costringere chi vuole accedere ad internet a sottoporsi a questa procedura è un enorme disincentivo all’utilizzo di punti di connessione pubblici
e, conseguente, all’utilizzo della rete.

Va sottolineato anche in questa sede come la crescita economica, sociale e
culturale dell’Italia non possa prescindere da una piena diffusione delle moderne
tecnologie di comunicazione, le quali sono al tempo stesso strumenti di comunicazione, di lavoro e luoghi di scambio e confronto democratico.

La normativa attualmente in vigore è, di fatto, un freno allo sviluppo di questi
strumenti e quindi alla crescita del Paese.

È inoltre opportuno evidenziare che in nessun Paese occidentale, neppure
laddove sono più rigorose le misure contro il terrorismo, è prevista una
normativa tanto restringente in materia di necessità e modalità di identificazione
di chi accede ad internet tramite postazioni pubbliche.

Si pensi che neppure all’interno della legge 107-56 degli Stati Uniti d’America
(il cosiddetto « USA PATRIOT Act »), firmata dal Presidente George W. Bush
il 26 ottobre 2001 a seguito degli attentati dell’11 settembre, si trovano disposizioni di simile tenore.

Per tutte queste ragioni, la presente proposta di legge vuole modificare
l’articolo 7, comma 4, della legge 155/2005, delegando il Ministro
dell’interno ad adottare, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico ed
il Ministro della pubblica amministrazione e innovazione, un decreto nel quale
si stabilisca in quali ipotesi è necessaria l’identificazione dell’utente (lasciando
quindi spazio a situazioni nelle quali tale identificazione non è affatto richiesta),
che deve essere comunque possibile svolgere « indirettamente » e prescindendo
« dall’identificazione fisica » del soggetto.

Cioè, si vuole far sì che, ove il Ministro dell’interno ritenga necessario identificare l’utente, la procedura possa avvenire in maniera del tutto automatica,
senza la necessità di presentare un documento d’identità, onde evitare la
necessità di una personale interazione tra l’utente ed un addetto terzo.

Ad esempio, il decreto del Ministro dell’interno potrà stabilire che sia consentita
l’identificazione tramite carta SIM: in questo caso, per collegarsi ad
internet sarà necessario inserire in una apposita schermata il proprio numero di
cellulare, al quale verrà inviato automaticamente un codice da digitare per
l’accesso in rete. Così, dal momento che tutte le utenze di telefonia mobile attivate da operatori italiani sono intestate a persone rintracciabili senza difficoltà, non è messa a repentaglio la sicurezza dello Stato poiché l’utente è comunque identificato, ma la procedura di identificazione avviene in maniera del tutto automatica ed autonoma, senza così che venga meno il carattere di immediatezza tipico delle nuove tecnologie.

In questo modo, nel nostro Paese potrebbe finalmente crescere il numero di
punti di accesso pubblici o senza fili, dando così una forte spinta allo sviluppo di
internet da cui dipendono, in buona parte, le sorti dell’Italia di domani.

__
ART. 1.
1. L’articolo 7, comma 4, della legge 31 luglio 2005, n. 155, di conversione del decreto-legge 27 luglio 2005, n. 144, è sostituito dal seguente: « 4. Con decreto del Ministro dell’interno di concerto con il Ministro dello sviluppo economico e con il Ministro della pubblica amministrazione e innovazione, sentito il Garante per la protezione dei dati personali, sono stabilite le
misure che il titolare o il gestore di un esercizio in cui si svolgono le attività di cui al comma 1 è tenuto ad osservare per il monitoraggio delle operazioni dell’utente e per l’archiviazione dei relativi dati, anche in deroga a quanto previsto dal comma 1 dell’articolo 122, e dal comma 3 dell’articolo 123 del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, nonché le ipotesi in cui si
renda necessaria la preventiva identificazione, anche indiretta, dei soggetti che utilizzano postazioni pubbliche non vigilate, ovvero punti di accesso pubblici a
tecnologia senza fili, per accedere alla rete internet, specificando fra le modalità di identificazione del soggetto almeno un’ipotesi che prescinda dall’identificazione fisica del medesimo ».

2. Il decreto di cui al comma precedente è adottato entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della presente legge. Fino alla pubblicazione di tale decreto sulla Gazzetta Ufficiale, continuano a trovare applicazione le disposizioni di cui al decreto ministeriale 16 agosto 2005 « Misure di preventiva acquisizione di dati
anagrafici dei soggetti che utilizzano postazioni pubbliche non vigilate per comunicazioni telematiche ovvero punti di accesso ad Internet utilizzando tecnologia senza fili, ai sensi dell’articolo 7, comma 4, del decreto- legge 27 luglio 2005, n. 144, convertito, con modificazioni,
dalla legge 31 luglio 2005, n. 155 ».

(L’immagine di questo post è tratta da Wifighters.it)

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Scritto giovedì, 26 novembre, 2009 alle 09:13 nella categoria Senza Categoria. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, o fare un trackback dal tuo sito.

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[c]* - di cristiano valli - il dito, la luna, il saggio e maroni

il dito, la luna, il saggio e maroni

posted on | November 25, 2009 | 3 comments

Un ciclostile

dire come fa roberto maroni che il nuovo estremismo viene dal ueb è un po’ come dire che il vecchio invece è arrivato dal ciclostile.

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Manine e manone

via Invece by Concita De Gregorio on 11/21/09

La questione è semplice. Se si mettono in vendita i beni sequestrati alla mafia, come questo governo vorrebbe per fare cassa e speriamo solo per questo, è davvero molto probabile che sia la mafia stessa a ricomprarseli. In qualche caso è certo, come racconta Maria Zegarelli nella lunga e documentata inchiesta a cui dedichiamo oggi la copertina e le prime pagine del giornale. Certo, è probabile che altri argomenti risultino più popolari: le sempre nuove rivelazioni di escort e di trans che vanno ormai in tv anche di domenica pomeriggio a rivelare i gusti sessuali degli potenti, ma a noi fin dal principio - lo ricorderete - ci è sembrato interessante chiederci chi e perché stesse lavorando nell'ombra dei ricatti: quali interessi, quali poteri, quali legami criminali ci fossero dietro l'ultima delle orrende storie italiane, quella che ora finisce con la morte (la seconda morte) di una delle comparse: il pusher, la trans. Anche stamani vi parliamo di questo: cosa nascondano quelle morti. Perché sono tante le mafie, non sono Cosa nostra. Emanuela Orlandi fu uccisa dalla banda della Magliana che rivoleva indietro i soldi prestati al Vaticano, sappiamo adesso. Sarà così? Quante altre manine e manone, quanti papelli, quanti pentiti servono ancora per avere a distanza di dieci e vent'anni uno spiraglio di luce su quel che è accaduto? E quanto tempo ci vorrà per capire qual che sta accadendo adesso, sotto i nostri occhi? Bisogna insistere, ogni giorno ripetere daccapo: la vita politica è sotto scacco, lo scriviamo da settimane e da mesi, in attesa delle rivelazioni di un pentito che potrebbe riannodare il filo delle indagini interrotte negli anni Novanta, le "vecchie storie" di cui parla il premier, i legami diretti tra la politica e la criminalità organizzata. Vedete che in grande scala o in scala ridotta sempre a questo si torna.

 

Dunque che segnale è, in un clima così, restituire a chi ha i denari e il potere per comprarli i beni sequestrati dopo anni di indagini e sentenze? Chiaro, no? Chiarissimo soprattutto per chi in quei luoghi vive e lavora, per chi prova a resistere. Don Ciotti batterà all'asta simbolicamente quei beni, su Libera è attiva una raccolta di firme. Ma si sa che gli appelli, ormai frequentissimi in questi disgraziato paese, da soli non bastano. Serve la politica, l'azione politica. Ecco che acquista un senso grande, dunque, l'interrogazione parlamentare firmata da politici di sinistra e di destra con l'eccezione della Lega (Walter Veltroni, il finiano Fabio Granata, Ferdinando Adornato dell'Udc, Leoluca Orlando dell'Idv, Angela Napoli, Pdl) che chiede conto di quel che stiamo dicendo: a chi giova? Così come rilevantissima è la raccolta di firme che in queste ore sta portando avanti Laura Garavini per far sottoscrivere anche ai deputati della maggioranza un emendamento soppressivo di quello votato al Senato: l'obiettivo è creare una convergenza per affossare l'emendamento-vergogna presentato da Saia. Non sarà facile ma è fondamentale averlo fatto, provare a farlo. Che si sappia che qualcuno lo sta facendo, che gli italiani siano informati. E che poi si tiri una riga e si dica chi sta con le mafie e chi contro: i nomi e i cognomi, adesso.

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Lei, il mostro, le donne

via Sorelle d'Italia by flavia amabile on 20/11/09

Che volete che ci diciamo ancora, a questo punto? Restano altre parole ora che arriva qualcuno a dire che no, Angelo Izzo aveva sbagliato a ammettere tutto, che la strage del Circeo è stata qualcos’altro, forse l’ennesimo complotto delle sinistre?

Bene, allora per il Circeo tutti innocenti. Due sentenze di condanna totalmente da rifare. E, per favore, puniamo i giudici perché erano di sicuro corrotti e politicizzati. Ma soprattutto diciamolo senza rispettare nemmeno le regole minime del rispetto della pubblica opinione. Perché due giorni fa Filomena Fusco, l’avvocato di Angelo Izzo, quando le ho chiesto di intervistare Donatella Papi mi ha risposto che avrebbe provveduto lei stessa, Donatella, nel giro di qualche giorno a diramare un comunicato stampa per spiegare l’annuncio di queste nozze.

E, poi, all’improvviso, a distanza di poche ore, eccola Donatella Papi, su Rai2 a chiarire. Ma non lo fa con un’intervista. Inganna tutti, usa l’audience della televisione pubblica per leggere in diretta – manca solo a reti unificate – la sua verità. Nulla, nessuno stupro, nessuna strage, ed è giusto che a dirlo sia una donna. Se l’avesse fatto un uomo sarebbe stato considerato il solito maschilista. E, invece, no. E’ proprio una donna, a dire che Angelo Izzo e gli altri erano innocenti, e noi dei poveri stupidi che continuiamo a credere a quest’incredibile menzogna che sono le sentenze dei tribunali. La verità è un’altra e arriverà. Punto. Il resto alla prossima puntata del nuovo serial tv.

Capita a proposito, come in quelle programmazioni indovinate dei palinsesti gestiti con cura. Fra quattro giorni sarà la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Forse è giunto il momento di abolirla, visti i risultati.

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Uno school bus per la Rete

via Piovono rane by Alessandro Gilioli on 20/11/09

Da L’espresso in edicola

Agli studenti di Shanghai Barack Obama lo ha detto a modo suo e senza girarci troppo intorno: «La libertà di accesso a tutti i contenuti on line ci rende migliori». Una frase semplice, che però nasconde una questione fondamentale per il futuro delle democrazie: il concetto di “libertà d’impressione”, che sta al XXI secolo come all’epoca illuminista stava il principio della “libertà d’espressione”.


A teorizzare la libertà d’impressione, “rovesciando” l’articolo 19 della Dichiarazione dei Diritti umani dell’Onu, sono da anni due scienziati della politica canadesi, Marshall Conley e Christina Patterson, che hanno introdotto la formula sostenendo che «la Rete, facilitando la diffusione della conoscenza, incrementa la libertà d’espressione e il valore della cittadinanza». La possibilità di avere accesso al Web cioè accresce verticalmente la possibilità di farsi un’opinione e di manifestarla, grazie alla molteplicità di fonti, notizie e punti di vista frequentabili nel Web.

Quando arrivò sugli scaffali (nel volume “Human Rights and The Internet”, Macmillan 2000) la visione di Conley e Patterson pareva un po’ troppo pionierista, in un periodo in cui gli utenti del Web erano una dozzina di milioni in tutto il mondo.

Poi però le cose sono cambiate e oggi i cybernauti sono quasi un miliardo, con previsioni di raddoppio entro il 2013. Negli Stati Uniti sono on line otto persone su dieci, in Italia ci stiamo avvicinando a metà della popolazione. «E quindi si sta cominciando a capire che l’accesso a Internet è un corollario del diritto alla libertà individuale, perché fornisce quegli strumenti critici attraverso i quali ci si forma un’opinione», spiega Sebastiano Maffettone, filosofo e docente di Scienze Politiche alla Luiss.

L’accesso alla Rete insomma non è più visto come un lusso o un orpello, ma come una condizione per potere esercitare gli altri diritti, come appunto la libertà di opinione e di espressione.

Così quella che sembrava un’utopia da teste d’uovo ha iniziato a essere discussa nelle sedi istituzionali, come l’Internet Governance Forum, il “parlamento” mondiale della Rete collegato alle Nazioni Unite che il 18 novembre scorso si è riunito in Egitto proprio per arrivare a definire quello che il giurista Stefano Rodotà chiama un “Bill of Rights”, cioè una carta «che stabilisca gli elementi costitutivi della cittadinanza digitale». Non solo quindi «il basico diritto d’accesso, ma anche i diritti della persona in Rete, come quello all’oblio e alla gestione dei suoi dati personali». L’obiettivo, spiega Rodotà, «è arrivare nell’arco di un paio di anni, attraverso un processo condiviso in Internet, a un riconoscimento formale di questi diritti che poi potrebbero costituire una Convenzione da far firmare agli Stati».

Solo teorie? Mica tanto. Basta pensare che, seppur tirata per la giacca, anche la Corte costituzionale francese ha dovuto affrontare pochi mesi fa il problema. Colpa o merito di Nicholas Sarkozy e della sua battaglia contro i “pirati” di Internet, cioè gli utenti che scaricano musica e film in violazione del diritto d’autore: per contrastare il fenomeno, il governo francese aveva fatto approvare una legge (nota come Hadopi) che prevedeva la sospensione della connessione a Internet per i downloader recidivi. Approvata dal Parlamento di Parigi, la legge è stata cestinata dalla Consulta in base al principio per cui l’accesso alla Rete è «una componente della libertà di espressione» di cui non si può essere privati con un atto amministrativo e senza un regolare processo, altrimenti «si viola la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo del 1789».

Così è stato ufficializzato per la prima volta l’accostamento tra diritti umani e accesso al Web. E quest’ultimo è stato accomunato ai diritti sanciti dalla Rivoluzione francese, come quello alla libertà personale e alla proprietà. In modo non dissimile, l’idea è stata fatta propria dal Parlamento europeo, quando nel maggio scorso ha stabilito tra l’altro che «non possono essere imposte limitazioni ai diritti e alle libertà fondamentali degli utenti di Internet».

Ma mentre Onu e Ue tentano di stabilire dei principi, qualche paese d’avanguardia sta già andando avanti da solo. Come l’Estonia, che si è data una legge in cui l’accesso alla Rete viene definito “diritto dei cittadini”. Non essendo in Italia, alle parole sono seguiti i fatti: come la realizzazione del programma d’informatizzazione delle scuole e la digitalizzazione della burocrazia amministrativa, fino all’esperimento del voto on line alle ultime europee.

L’idea della Rete come diritto è poi passata dall’altra parte del Baltico e nell’ottobre di quest’anno è stata la Finlandia a stabilire per legge che la connessione dei suoi cittadini (a una velocità minima garantita di 100 Mb) deve essere fornita a tutti, compresi quelli che abitano nei più sperduti villaggi artici. Sottraendo la decisione se cablare o no un’area geografica all’arbitrio dei fornitori di connettività (quindi del mercato), il governo di Helsinki ha fatto suo il principio per cui la Rete non è solo un luogo di entertainment, ma è soprattutto uno strumento grazie al quale ciascun individuo può allargare le sue possibilità sia di conoscenza sia di crescita socio-economica, e quindi lo Stato deve offrire a tutti i cittadini – che vivano nella capitale o tra i licheni – le stesse opportunità di crescita, come previsto dalla Costituzione.

Il principio è quello – tutto kennedyano – degli “school bus” americani: cioè la conoscenza come diritto da distribuire a tutti, anche a spese dello Stato. Del resto anche nel linguaggio comune la Rete è un’autostrada digitale: e se per poterla percorrere è necessario uno “school bus” (cioè un accesso elettronico decente) la società ha il dovere di fornirlo. In altre parole: il digital divide nel XXI secolo è una forma di “discriminazione d’opportunità” inaccettabile come nell’America di Kennedy era inaccettabile che i ragazzini più poveri non potessero andare a scuola perché non c’erano gli autobus.

Come si vede siamo di fronte a due approcci entrambi moderni, ma un po’ diversi per concretizzare quel “diritto all’impressione” teorizzato dieci anni fa nelle università canadesi: da un lato quello francese e del Parlamento europeo, dall’altro quello estone e finlandese. Cascami, rispettivamente, delle due grandi correnti di pensiero dei secoli scorsi: nel primo caso la visione illuminista-borghese per cui va tutelato il diritto individuale all’accesso di chi ce l’ha e non può esserne privato; nel secondo caso l’impostazione d’ispirazione socialista secondo cui il diritto alla Rete va anche assicurato a chi non ce l’ha in quanto pari opportunità di sviluppo.

In altri termini, si è riproposto per Internet il dualismo tra diritti che lo Stato deve garantire passivamente, astenendosi dall’intervenire, e diritti per i quali invece lo Stato si fa parte attiva, sia in termini di spesa pubblica sia assicurando la neutralità della Rete (l’uguale accessibilità di tutti i contenuti del Web senza privilegiare le media company più potenti).

Lo stesso dibattito sulla natura di questo “diritto all’impressione” anima da tempo il Web italiano nei suoi contraddittori rapporti con lo Stato. Da un lato c’è la paura (non infondata) che il Parlamento intervenga con limitazioni alla libertà di navigazione e di espressione on line, attraverso i vari progetti di legge ammazza-Internet succedutisi di recente; d’altro lato si sente sempre di più la necessità che sia lo Stato a farsi parte diligente nell’espansione del diritto alla Rete, eliminando gli ostacoli di tipo tecnico e culturali alla sua diffusione negli strati di popolazione meno avanzati.

Così, da noi, la paventata (e poi blandamente smentita) abolizione dei supporti pubblici alla banda larga – dopo anni di generosa spesa per il digitale terrestre televisivo – costituirebbe alla fin fine la negazione di «un diritto sociale e di una conquista dell’umanità», come dice Gianluca Dettori, imprenditore della Rete e fondatore su Facebook di un gruppo chiamato appunto “Internet come diritto fondamentale”: «Le reti digitali (telefonia, dati, broadband) in una società moderna sono altrettanto essenziali dell’acqua in una società rurale. Ma in un paese gerontocratico come il nostro questo concetto fatica a passare».

Già, perché Internet non è soltanto un mezzo attraverso cui si esercita la libertà individuale, e non è nemmeno solo uno strumento di emancipazione sociale dei “left behind” digitali: è anche un formidabile elemento di integrazione nell’economia di mercato di individui e aziende che di questo mercato sono rimasti ai margini, o che comunque potrebbero entravi in modo molto più massiccio.

Quindi il superamento del digital divide non è solo interesse di chi si trova dall’altra parte del fossato elettronico, ma è anche un obiettivo dalle ricadute economiche per quelli che già sono infoalfabetizzati e per tutto il Pil di un paese.

Nonostante ciò, da noi Internet viene messo a rischio sia in quanto diritto liberale sia in quanto diritto sociale. Forse perché la “libertà d’impressione” è anche e soprattutto stimolo a ricevere e a cercare i messaggi politici e culturali più diversi, per poi consentire a chiunque di costruirsi un’identità d’opinione propria: un obiettivo che sta all’opposto esatto rispetto al modello di un paese omogeneo, conformista e povero di biodiversità culturale, dove pertanto va benissimo investire in tivù.

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L’appello fa bene

via Piovono rane by Alessandro Gilioli on 19/11/09

Elena Stancanelli per Piovonorane.it

Oggi, dopo aver firmato l’ennesimo appello, mi chiedo per l’ennesima volta se sto facendo bene.

Non tanto se serva a qualcosa – ho smesso di pensare che sia giusto fare solo cose utili, dal momento che l’utilità delle cose si rivela più in là, un volta che siano state fatte e spesso soprendendoti – ma che cosa significhi.


La prima risposta è che si tratta di una coscienza sociale pigra, radicata sulla sedia piantata davanti a un computer. Arriva l’appello, lo leggi e firmi. Spesso neanche lo leggi fino in fondo.

Ti basta leggere i nomi di chi ha firmato prima di te. Li riconosci, sai che ti puoi fidare. Se ha firmato Piripillo, esimio scrittore, o Parapallo, professore di filologia del fico secco, non sarà certo una stronzata, niente di cui un giorno potrò pentirmi.

E così la lista delle mie firme si allunga.

Arriverà una resa dei conti, un giorno del giudizio nel quale mi sarà chiesto conto di tutti questi appelli. E io mi impappinerò, balbetterò che non sapevo, non avevo letto bene, davvero non mi ricordo di aver firmato una lettera nella quale si chiedeva al presidente Napolitano un casa-famiglia per i lemuri importati clandestinamente dal Brasile…

Ma non è questo che mi preoccupa, non è il giorno del giudizio il mio orizzonte etico. Mi preoccupa la facilità. La stessa con cui compri un televisore al plasma 70 pollici cliccando un tasto su ebay, o butti un sasso dal cavalcavia.

Sarà che sono nata negli anni sessanta, ma per me ciò che non è faticoso non è neanche importante. Almeno prima andavamo alle manifestazioni e pigliavamo le mazzate. Sul campo dell’utilità stiamo pari, ma vuoi metter il sudore, e per i migliori anche il sangue?

E poi mi preoccupa la sensazione di sollievo che provo ogni volta dopo aver firmato: ah, penso, come sono stata attiva socialmente e civicamente oggi! Che donna partecipativa, che bel gesto che ho fatto per il mio paese. Ho proprio dato una bella spallata a questo governo, oggi. Pensa quanto si innervosirà il Berlusca stavolta. Sarà furibondo, per questo nostro appello, e costretto a spiegazioni finalmente, forse anche alle dimissioni.

Non è perchè non succede mai, perchè gli appelli Berlusconi li usa per farci i filtrini delle canne. E’ per me. Lo giuro: smetto.

Non firmerò mai più un appello e combatterò da cittadina come si deve per ottenere in questo paese una vera democrazia. Lo giuro. Il prossimo appello che arriva manco lo leggo. Manco lo voglio sapere che ha firmato Giovanni Sbrindelloni, presidente della società trenini elettrici e Benedetta Bollani Bretellucci, nobel per la marmellata. Vi sto avvertendo: NON MANDATEMI PIU’ APPELLI DA FIRMARE.

Anzi sì…

per favore…

Non lasciatemi qui da sola. Firmo, firmo tutto. C’è un detenuto da liberare, un animale in via d’estinzione, un parassita da bandire dalle palme? Ecco, ho capito perchè il firmappellismo è diventata la più diffusa pratica di partecipazione sociale: perchè ci sentiamo soli. E costa meno di un televisore 70 pollici al plasma.

Elena Stancanelli

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Filed under  //   Berlusconi   Dimissioni  

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consumisti di tutto il mondo... organizzatevi!

Sapete tutti (o lo verrete a sapere ora) come la penso sul consumismo sfrenato e inconsulto che ci pervade: LESS IS BETTER!
Datosi er fatto che, però, tra 'mpo' se fa natale co' tutto er suo contorno de' trediscesime da buttà da quarche parte, si proprio nun ce la fate a trattenevve, famo che evitate de regalà cose inutili o sbajate che poi uno se trova costretto a riciclà o a frullà direttamente ner cassonetto (rigorosamente differenziato, eh?) vicino accasa.
Quindi pe' non sbajavve date 'n'occhiata alle wishlist der sottoscritto, quarche ccosa alla vostra portata aa trovate de sicuro e nun rischiate de vedé la vostra idea galleggiare nell'isola ecologgica dietro ar grassi... :)
cliccare qui:
http://federicochi.wordpress.com/wishlist-s/

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Tempi duri

via Wittgenstein by Luca on 18/11/09

Io il 5 alla manifestazione di Roma, ci andrò. A titolo personalissimo, ma ci andrò. Vivessi a Londra, a Berlino o a New York, a Parigi o a Madrid, non farei la stessa scelta. Vivessi in una di quelle città mi aspetterei di scendere in piazza per delle cose più strutturate e complesse, per diritti fondamentali e scelte politiche fondamentali. Vivessi in una di quelle città mi sembrerebbe francamente vacuo essere in strada solo per dire sì o no, e figurarsi se il sì o no fossero concentrati, chessò io, non su grandi temi come la guerra o la povertà, ma su una persona fisica. Andare a un “No Merkel day”: ma figurarsi! Ma vivo a Milano, anzi tra Roma e Milano, e vivo qui come uno che non ha sempre vissuto qui; come uno che a Londra, a Parigi e a New York ci ha vissuto e lavorato e che non ha mai visto da quelle parti nessun governante provare pervicacemente a piegare la legge e i suoi principi al proprio interesse, nessun governante prendere a calci i pilastri stessi della democrazia che governa. E’ per questo che sarò in piazza il 5 dicembre ed è per questo che – ciò che più conta – lavorerò nel Partito, perché un giorno vivere e far politica a Milano, o tra Roma e Milano, ricordi e assomigli di più a vivere e far politica a Londra, a Berlino o a New York, a Parigi o a Madrid.

(Ivan Scalfarotto, sul suo blog)

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  • (niente altro per ora)

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